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Verso l’abolizione della Fornero: ma davvero ci guadagnano tutti?

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Uno dei primi provvedimenti che che il Governo ha promesso di varare, è l’abolizione della legge Fornero. Ma in realtà se andiamo a vedere nel dettaglio, non si tratta di una vera abolizione. Al momento questo articolo rimane valido in via teorica in quanto non ci sono provvedimenti ancora ufficiali in atto ma solo proposte di alcuni esponenti politici e per questo non è detto che poi i fatti siano realmente quelli esposti. Innanzitutto le proposte in campo sarebbero due: quota cento e 41,5 anni di contributi. Nel secondo caso si tratta di una misura in cui tutti coloro che hanno un contributivo di 41 anni e sei mesi potranno andare in pensione, indipendentemente dall’età e dal lavoro svolto. Nel primo caso, tuttavia, è richiesta un’età minima di 64 anni e sei mesi, un appunto passato un po’ in sordina. A questo punto è comprensibile comprendere perchè le stime di Lega e M5S parlino di una cifra di 5 Miliardi mentre l’INPS ne stima circa 20. Con il vincolo dell’età sulla quota 100, sono molti meno coloro che avrebbero diritto ad andare in pensione e alla fine rispetto all’attuale normativa coloro che ne potranno rientrare alla fine ne uscirebbero “solo” tre anni prima. In realtà poi non è proprio così perchè poi fra ammortizzazioni varie o prepensionamenti mal che vada il limite massimo di uscita è pari a 65 anni, mediamente. Alla fine il risparmio sarebbe molto esiguo, considerando anche che tutta la pensione dovrà essere ricalcolata con il metodo contributivo con un assegno di conseguenza più basso. Inoltre sembra che nella quota 100 non verranno considerati i contributi figurativi che sono parzialmente previsti in cassa integrazione.

Per attuare questa riforma verrebbe smontato l’Ape Social che verrebbe eliminato. Con questa opzione il lavoratore che comunque si fosse trovato disoccupato o avesse  usufruito di un periodo prolungato di cassa integrazione, a 64 anni avrebbe potuto accedere all’Ape, uscendo comunque in anticipo con almeno 37 anni di contributi. Coloro che invece si trovano disoccupati non potranno più probabilmente accedere alla pensione a 64 anni ma dovranno aspettare i 57 anni attualmente previsti per quella di anzianità. Con l’abolizione dell’Ape Social saranno svantaggiate anche le categorie dei lavori usuranti. Un maestro della scuola materna che avesse iniziato a lavorare all’età di 24 anni anni ma che avesse passato alcuni anni di cassa integrazione o da disoccupato, con l’Ape Social, essendo riconosciuta come categoria di lavoro gravoso, sarebbe potuta andare in pensione prima dei 64 anni mentre con la nuova riforma ci andrebbe qualche anno dopo. Alla fine la riforma sarà particolarmente vantaggiosa per due categorie: quelli che hanno iniziato a lavorare da giovanissimi, mediamente intorno ai 18-20 anni e che così avrebbero la possibilità di andare in pensione a circa 60 anni, per via dei 41 anni di contributi. Avvantaggiati sarebbero anche coloro che hanno lavorato con regolarità, senza mai periodo di cassa integrazione o disoccupazione che con la quota 100 potrebbero arrivare alla pensione a 64 anni. Coloro che invece hanno subito periodi di difficoltà, sono attualmente disoccupati e appartengono alle categorie (ex) gravose, non otterranno vantaggi ma solo uno status peggiorativo… la riforma non conviene davvero a tutti in fondo.

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